Jin Ju e un Beethoven visionario

La pianista ha regalato un’ottima interpretazione delle Sonate al fortepiano

 
Il programma

Jin Ju, che quegli strumenti conosce assai bene, riesce a trovare in quelle sonorità raccolte una variegatissima ricchezza delle dinamiche, un’articolazione sempre flessibile e netta. La celeberrima Sonata «Appassionata» ci arriva così pensosa e allo stesso tempo inquieta, con un finale rapinoso e dai colori lucentissimi. Lo strumento è un Conrad Graf, dal suono cristallino. Per le Sonate op. 101 e op. 106 sul palcoscenico avrebbe dovuto esserci un fortepiano Broadwood, ma un incidente dell’ultimo momento nel trasporto costringe a ripiegare su un Wilhelm Lange, dal suono più corposo e dinoccolato. Ma non è un ostacolo per Jin Ju, che si adatta subito alla differente situazione sonora e realizza una Sonata op. 101 dai toni sognanti e dolci, con ritmi ben disegnati e giochi contrappuntistici netti. Il vertice della serata viene però raggiunto con la Sonata op. 106, che Jin Ju realizza con una varietà di accenti e allo stesso con una lucidità analitica davvero entusiasmanti. Un piglio fiero segna il primo tempo, una calma meditativa eppur carica di tensioni viene raggiunta nell’Adagio sostenuto. E poi il finale, dove la foga delle dita porta solitamente a un’eccitazione frenetica quanto confusionaria: Jin Ju rende invece quella Fuga con una trasparenza adamantina, sono linee che si dispongono con la precisione e la consequenzialità ordinata dei pezzi di un puzzle. E in più c’è un fuoco espressivo, mai sbracato e quasi sotterraneo, che assieme a quella affilata chiarezza ci fanno capire quanto Beethoven, ormai già completamente sordo, fosse stato visionario.

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